Il codice Obama

Nel discorso dello stato dell’Unione tenuto nella notte italiana il presidente Barack Obama ha parlato di un “piano economico costruito per durare” e dominato dalla “fairness”, l’equità, categoria rawlsiana che il presidente reitera senza sosta da qualche mese a questa parte. Nel 2011 aveva puntato su un rinnovato clima di unità nazionale dopo la strage di Tucson e contestualmente aveva fatto davanti al Congresso alcune promesse circostanziate.
17 AGO 20
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Nel discorso dello stato dell’Unione tenuto nella notte italiana il presidente Barack Obama ha parlato di un “piano economico costruito per durare” e dominato dalla “fairness”, l’equità, categoria rawlsiana che il presidente reitera senza sosta da qualche mese a questa parte. Nel 2011 aveva puntato su un rinnovato clima di unità nazionale dopo la strage di Tucson e contestualmente aveva fatto davanti al Congresso alcune promesse circostanziate: eliminare i finanziamenti alle compagnie petrolifere, una nuova legge sull’educazione, la riforma dell’immigrazione e quella fiscale, progetti finiti nella colonna delle promesse non mantenute. Nella colonna accanto si annoverano soltanto l’accordo commerciale con la Corea del sud e un sito web che spiega ai cittadini dove vanno a finire le loro tasse. E quest’anno il discorso ha il valore aggiunto di essere l’ultimo del primo mandato obamiano. Un osservatore razionale potrebbe dedurre che il presidente abbia scelto di scambiare gli scarsi risultati con un allargamento del consenso. Invece no. Fra commissioni bipartisan fallite, anemie economiche, liberal delusi e guerre fra il Congresso e la Casa Bianca, Washington sta sperimentando un progressivo aumento della polarizzazione politica. E da sei mesi i sondaggi dicono che la maggioranza degli americani giudica negativamente l’operato del presidente.
Se lo stato dell’Unione è l’abstract della narrazione presidenziale, il lungo articolo di Ryan Lizza sull’ultimo numero del New Yorker ne è lo svolgimento. Lizza è una rockstar del giornalismo politico forgiata nella fucina di New Republic e arrivata al settimanale di riferimento della sinistra chic attraverso il New York Magazine e altre pubblicazioni patinate (anche in senso lato). Questo giovane reporter ha il pregio di saper unire il classico giornalismo muscolare di Washington – quello delle fonti confidenziali – alla riflessione del saggista politico e “The Obama Memos” lo dimostra. Nelle mani di Lizza sono finite centinaia di note vergate dai consiglieri della Casa Bianca e arrivate sulla scrivania del presidente, e lui non si è limitato a giustapporre e pubblicare ma ha scovato il paradigma che unisce il memo di Larry Summers sul bailout alla richiesta di fondi per il dipartimento di stato firmata da Hillary Clinton. Messa in termini di operatività politica, la dinamica è: Obama ha grandi idee e progetti; i consiglieri dicono che realizzarli farebbe infuriare tutti; Obama accetta il compromesso; tutti s’infuriano.

Al presidente è successo ciò che i suoi consiglieri rimproveravano alla elitaria Hillary in campagna elettorale, mentre nel quartier generale di Obama si parlava di politica postpartisan, change e unità nazionale: “Lei è orgogliosa di sfruttare il sistema e non di cambiarlo”. Le note messe in fila da Lizza spiegano che il paradigma di Obama è passato dal cambiamento allo sfruttamento per un calcolo sussurrato dai suoi uomini in nome della gestione del consenso. Ma il calcolo non ha dato i risultati attesi. Ai tempi del bailout, Summers scriveva che “un pacchetto di salvataggio eccessivamente grande potrebbe scontentare i mercati o il pubblico ed essere controproducente”: nonostante altri consiglieri e opinionisti (Krugman su tutti) sostenessero la necessità di un bailout più ampio, Obama ha accettato un compromesso che non ha portato il cambiamento radicale promesso ma non ha nemmeno arginato il malcontento temuto. La lettera di sei pagine che Clinton gli ha inviato per chiedere più soldi per il dipartimento di stato quando la Casa Bianca parlava soltanto di tagli sono un’ulteriore prova che Obama voleva il cambiamento e invece è stato cambiato. Quelle raccontate da Lizza sono scelte politiche, calcoli, non è la purezza originaria delle idee che si corrompe con la realtà.

Di esempi analoghi ce ne sono a frotte: la grandiosa rete elettrica abbandonata perché il pubblico l’avrebbe presa male, i compromessi con le assicurazioni dopo la riforma sanitaria, il cedimento ai petrolieri dopo aver ventilato riforme strutturali, gli aiuti alle banche e la contestuale adesione al partito dei forconi. Se è vero, come diceva Mario Cuomo, che le campagne si fanno in poesia e poi si governa in prosa, Lizza spiega che Obama è passato da “Keats a Keynes piuttosto bruscamente”. E nemmeno i numeri sembrano dargli ragione.